Fonte dell’articolo silvestrini.org
Il modo di pregare ha radici profonde nella nostra religiosità: anche pregando diciamo con la bocca ciò che sentiamo nel cuore. Esistono quindi modi molto diversi di rapportarsi a Dio. La parabola di questa domenica, attraverso i due protagonisti — il fariseo, scrupoloso osservante della legge, e il pubblicano, che prende coscienza dei propri peccati per chiederne il perdono — rappresenta due figure emblematiche di una schiera molto più numerosa, entro cui ognuno di noi può ritrovarsi. Il fariseo, più che pregare, sale al tempio per vantarsi della propria presunta giustizia e convincersene ulteriormente. Si sente giusto, osservante e migliore degli altri, da cui sembra voler prendere le distanze. Il pubblicano, invece, non osa avvicinarsi troppo al Signore: sa di dover rispettare una distanza che solo Dio può colmare. La sua è una preghiera autentica, che cerca la misericordia e la pietà divina; sa di essere peccatore, si batte il petto e si ritiene unico responsabile del suo male, ma è animato dalla fiducia in Dio e gli implora pietà. La parabola conclude con una sentenza chiara: il pubblicano «tornò a casa giustificato», mentre il superbo fariseo ha aggiunto ancora un peccato di presunzione a quelli già commessi. E viene enunciata una verità inconfutabile: «Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Questa è una caratteristica che mai dobbiamo separare dalla nostra preghiera: l’umiltà del cuore, splendida virtù che ci fa sperare nella bontà di Dio e a Lui attribuire il vero merito del bene che riusciamo a fare. Ricordiamo le parole di Maria Santissima nel suo Magnificat: Dio «ha guardato l’umiltà della sua serva».


