Una riflessione dall’interno sulla crisi della Chiesa

di Alberto Acosta

Qualche settimana prima di morire, sapendo che se ne sarebbe andata presto, mia madre ha approfittato di un momento intimo con il marito e i figli per dare qualche indicazione per quando fosse arrivato quel momento. Ricordo chiaramente che con gli occhi annebbiati dalle lacrime le dicevamo di smettere di dire certe cose, che sarebbe stata bene, ma lei è andata avanti e ci ha detto delle parole che sarebbero rimaste impresse nella nostra memoria. Tra le altre cose, ci ha chiesto di amarci, aiutarci e di evitare di litigare (e in caso lo facessimo di riconciliarci rapidamente).

È forse il desiderio di ogni mamma che in casa sua regnino amore, pace e gioia. La mia oggi riposa in pace, e so che dev’essere felice perché abbiamo mantenuto quello che avevamo promesso. Saranno molte le cose che lo hanno permesso, ma al di là di questo vorrei usare queste prime righe per delineare un’analogia riguardo alla nostra famiglia di fede, la Chiesa.

La Chiesa, la nostra famiglia

FAMILY AT CHURCH
Dave Brosha | Getty Images
«Raccontato da un’amica: un telefonino suona al momento della consacrazione, e una vocina cristallina nel silenzio dice: “È Gesù, dice che non può venire”.E poi dei ricordi d’infanzia:“Perché il prete dice ‘prendete e mangiate per dolce’?”».

In questa famiglia, nostro Padre ci ha dato tutto, anche se stesso attraverso suo Figlio!, desiderando che la nostra casa – che è il mondo interno – vivesse con quell’amore, quella pace e quella gioia. Noi, però, non abbiamo dato tutto, anche dopo secoli e secoli. Molti direbbero che viviamo in un’epoca gloriosa come Chiesa, ma come ragazzo molto coinvolto in parrocchia e ben consapevole della realtà del mondo ho notato che ci manca ancora molto per essere una vera Casa. Valutandoci dentro e nella quotidianità, stiamo fallendo.

Servo da molti anni nella mia comunità parrocchiale, e in questo periodo ho visto molta gente allontanarsi da un momento all’altro. Chi “per poca fede”, chi “perché è giovane”, chi “perché segue un parroco e non Dio”, chi per altre ragioni, ma non ho mai sentito dire che sia perché siamo amareggiati, poco fraterni, intolleranti…

Oso dire senza timore che queste ultime sono le ragioni principali – è una realtà, scomoda ma vera. Mi fa male quando sui notiziari o nelle reti sociali ascolto o leggo giudizi terribili su di noi, che offuscano tante cose buone. Molti mi risponderanno con le parole di Gesù “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mt 10, 22), ma non possiamo usare una Verità di Gesù per nascondere i nostri errori, e men che meno per abbandonare la sua causa.

Faccio parte di una generazione di giovani che mettono in discussione tutto. Oggi il ragazzo che resta nella Chiesa lo fa per convinzione, e non solo per tradizione. E come rimaniamo per fede in Gesù Cristo, rimaniamo anche per il sogno del Regno che ha proposto. E questo mi riempie di speranza.

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Informazioni su Raffaele De Fulvio 4899 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.