sorella morte ci insegna tante cose

Fonte dell’articolo Aleteia.org – Autore Vatican News

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Il predicatore della Casa Pontificia Raniero Cantalamessa, creato cardinale nel Concistoro del 28 novembre, ha tenuto nell’Aula Paolo VI la prima meditazione d’Avvento, alla presenza del Papa

Un nostro poeta, Giuseppe Ungaretti, descrive lo stato d’animo dei soldati in trincea durante la Prima guerra mondiale con una poesia fatta di solo sette parole:

Si sta
come d’autunno
sugli alberi
le foglie.
Oggi è l’umanità intera che sperimenta questo senso di caducità della vita a causa della pandemia. “Il Signore – ha scritto san Gregorio Magno – a volte ci istruisce con le parole, a volte invece con i fatti”. Nell’anno segnato dal grande e terribile “fatto” del coronavirus, ci sforziamo di raccogliere l’insegnamento che da esso ognuno di noi può trarre per la propria vita personale e spirituale. Sono riflessioni che possiamo fare tra noi credenti, ma sulle quali sarebbe forse controproducente insistere troppo presso la gente, per non accrescere le difficoltà che la fede incontra a causa del prolungarsi della pandemia.
Le verità eterne sulle quali vogliamo riflettere sono: primo, che siamo tutti mortali e “non abbiamo quaggiù dimora stabile”; secondo, che la vita del credente non finisce con la morte perché ci attende la vita eterna; terzo, che non siamo soli sulla piccola barca del nostro pianeta, perché il “Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. La prima di queste verità è oggetto di esperienza, le altre due sono oggetto di fede e di speranza.

“Memento mori!”
Iniziamo meditando oggi sulla prima di queste “massime eterne”: la morte. “Memento mori”: ricordati che morirai. I monaci Trappisti l’hanno scelto come motto del loro Ordine e lo scrivono nei luoghi di passaggio del monastero.
Della morte si può parlare in due modi diversi: o in chiave kerigmatica o in chiave sapienziale. Il primo modo consiste nel proclamare che Cristo ha vinto la morte; che essa non è più un muro contro cui tutto si infrange, ma un ponte verso la vita eterna. Il modo sapienziale o esistenziale consiste invece nel riflettere sulla realtà della morte così come essa si presenta all’esperienza umana, allo scopo di trarre da essa lezioni per vivere bene. È la prospettiva in cui ci collochiamo in questa meditazione.
Quest’ultimo è il modo in cui si parla della morte nell’Antico Testamento e in particolare nei libri sapienziali: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” chiede a Dio il salmista (Sal 90, 12). Tale modo di guardare alla morte non termina con l’Antico Testamento, ma continua anche nel Vangelo di Cristo. Ricordiamo il suo ammonimento: “Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Ricordiamo anche la conclusione della parabola del ricco che progettava di costruire granai più grandi per il suo raccolto: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Lc 12,20), e ancora il suo detto: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua vita?” (cf. Mt 16, 26).
La tradizione della Chiesa ha fatto proprio questo insegnamento. I Padri del deserto coltivavano il pensiero della morte, fino a farne una pratica costante e a tenerlo vivo con tutti i mezzi. Uno di essi, che lavorava a filare la lana, aveva preso l’abitudine di lasciar cadere ogni tanto il fuso per terra e “di mettere la morte davanti ai suoi occhi prima di sollevarlo di nuovo” “La mattina – esorta l’Imitazione di Cristo – fa conto di non arrivare alla sera. Scesa la sera non osare di riprometterti la mattina” (I, 23). Sant’Alfonso Maria de Liguori ha scritto un trattato intitolato Apparecchio alla morte che è stato per secoli un classico della spiritualità cattolica. Molti santi, dal XVI secolo in poi, sono rappresentati in meditazione davanti a un teschio.
Tale modo sapienziale di parlare della morte si riscontra in tutte le culture, non solo nella Bibbia e nel cristianesimo. Esso è presente, secolarizzato, anche nel pensiero moderno. Vale la pena accennare brevemente alle conclusioni cui sono giunti due pensatori la cui influenza è tuttora forte nella nostra cultura.
Il primo è Jean-Paul Sartre. Egli ha rovesciato il rapporto classico tra essenza ed esistenza, affermando che l’esistenza viene prima ed è più importante dell’essenza. Tradotto in termini semplici, questo vuol dire che non esiste un ordine e una scala di valori oggettivi e anteriori a tutto – Dio, il bene, i valori, la legge naturale – alla quale l’uomo deve conformarsi, ma che tutto deve partire dalla propria individuale esistenza e dalla propria libertà. Ogni persona deve inventare e realizzare il suo destino come il fiume, avanzando, si scava da solo il proprio letto. La vita è un progetto che non è scritto da nessuna parte, ma si decide con le proprie libere scelte.
Questo modo di concepire l’esistenza ignora completamente il dato della morte ed è confutato perciò dalla realtà stessa dell’esistenza che si vuole affermare. Che cosa può progettare l’uomo, se non sa neppure, né dipende da lui, se domani sarà ancora in vita? Il suo tentativo somiglia a quello di un carcerato che passa tutto il tempo a progettare l’itinerario migliore da seguire per passare da una parete all’altra della sua cella.
Più credibile, su questo punto, è il pensiero di un altro filosofo, Martin Heidegger, che pure parte da premesse analoghe e si muove nello stesso alveo dell’esistenzialismo. Definendo l’uomo “un-essere-per-la-morte” , egli fa della morte non un incidente che pone fine alla vita, ma la sostanza stessa della vita, ciò di cui essa è fatta. Vivere è morire. L’uomo non può vivere senza bruciare e accorciare la vita. Ogni minuto che passa è sottratto alla vita e consegnato alla morte, come, percorrendo in auto una strada, vediamo case ed alberi scomparire velocemente dietro di noi. Vivere per la morte significa che la morte non è solo la fine, ma anche il fine della vita. Si nasce per morire, non per altro.
Qual è allora – si domanda il filosofo – quel “nucleo solido, certo e invalicabile”, al quale la coscienza richiama l’uomo e sul quale deve fondarsi la sua esistenza, se vuole essere “autentica”? Risposta: il suo nulla! Tutte le possibilità umane sono, in realtà, delle impossibilità. Ogni tentativo di progettarsi e di elevarsi è un salto che parte dal nulla e finisce nel nulla . Non resta che rassegnarsi, fare – come si dice – di necessità virtù e amare anzi il proprio destino. Una versione moderna del “amor Fati” degli Stoici.
Sant’Agostino aveva anticipato anche questa intuizione del pensiero moderno sulla morte, ma per trarne una conclusione totalmente diversa: non il nichilismo, ma fede nella vita eterna.
Quando nasce un uomo – scriveva – si fanno tante ipotesi: forse sarà bello, forse sarà brutto; forse sarà ricco, forse sarà povero; forse vivrà a lungo, forse no… Ma di nessuno si dice: forse morirà o forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita. Quando sappiamo che uno è malato di idropisia [allora era questa la malattia incurabile, oggi sono altre] diciamo: Poveretto, deve morire; è condannato, non c’è rimedio”. Ma non dovremmo dire lo stesso di uno che nasce? “Poveretto, deve morire, non c’è rimedio, è condannato!”. Che differenza fa se in un tempo un po’ più lungo, o un po’ più breve? La morte è la malattia mortale che si contrae nascendo .
Dante Alighieri ha condensato in un solo verso questa visione agostiniana; definisce la vita umana sulla terra “ un vivere ch’è un correre alla morte” .

A scuola da “sorella morte”
Sull’onda dell’avanzare della tecnologia e delle conquiste della scienza, noi rischiavamo di essere come quell’uomo della parabola che dice a se stesso: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!” (Lc 12, 19). La presente calamità è venuta a ricordarci quanto poco dipende dall’uomo “progettare” e decidere il proprio futuro, fuori della fede.
La considerazione sapienziale della morte conserva, dopo Cristo, la stessa funzione che ha la legge dopo la venuta della grazia. Anch’essa serve a custodire l’amore e la grazia. La legge – è scritto – è stata data per i peccatori (cf. 1 Tm 1, 9) e noi siamo ancora peccatori, cioè soggetti alla seduzione del mondo e delle cose visibili, tentati sempre di “conformarci a questo mondo” (cf. Rom 12, 2). Non c’è punto migliore in cui collocarsi per vedere il mondo, se stessi e tutti gli avvenimenti, nella loro verità che quello della morte. Allora tutto prende il giusto posto.

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Dal Vaticano

Raffaele De Fulvio
Informazioni su Raffaele De Fulvio 8041 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.