isidorI santi possono sembrare tutti uguali, ma poi non ce n’é uno uguale all’altro. Anche Isidoro offre la sua vita al Signore in sacrificio e scrive ai suoi: “Io vi ho lasciati per vivere solo per il Signore e lavorare molto per la salvezza della mia anima, della vostra e di quella di molti altri”.
Lo si può definire il contadino santo. Nasce a Vrasene (Belgio) il 18 aprile 1881 da una famiglia di contadini. È fortunato due volte; primo perché i suoi genitori si distinguono per la pietà, la dirittura morale e una condotta irreprensibile. Secondo perché “l’agricoltura è stata creata dall’Altissimo” (Sir. 7,15) e il lavoro dei campi è a Lui gradito. Anche in convento si dedicherà con passione al lavoro dei campi e scriverà: “lavorare e piantare nell’orto mi va meravigliosamente bene”.

È un giovane robusto, attivo e socievole; aiuta la famiglia lavorando in campagna e d’inverno con lo zio come operaio nell’impresa di pavimentazione delle strade; canta nel coro della parrocchia ed è anche catechista. Partecipa assiduamente alla vita della parrocchia, è iscritto alla “Pia unione per la via Crucis settimanale” e ama meditare la passione di Gesù. Intanto matura l’idea di essere religioso. Un sacerdote redentorista lo indirizza verso i passionisti, per il suo amore a Gesù Crocifisso. Nell’aprile del 1907, a 26 anni, entra nel noviziato passionista di Ere come religioso fratello.

Soffre molto per il distacco dalla famiglia e patisce il disagio, lui che parla fiammingo, di dover parlare il francese, la lingua ufficiale in convento. L’otto settembre 1907 veste l’abito passionista e un anno dopo emette la professione religiosa.
E’ felice della sua vocazione. Scrive ai genitori: “Qui siamo tutti uguali, dal superiore al più piccolo; tutti a una medesima tavola, ad una medesima preghiera, a un medesimo riposo, a una medesima ricreazione. Tutti insieme al lavoro, secondo la condizione di ciascuno. Ci si rende qui vicendevole servizio”.

La sua vita non cambia di molto; abituato in famiglia ad essere apostolo continua ad esserlo anche in convento. “Compiendo tutto per la gloria di Dio, scrive, io collaboro alla conversione dei peccatori e a diffondere la devozione alla passione di Gesù e ai dolori di Maria. Mentre i sacerdoti vanno a predicare, noi fratelli lavoriamo per la comunità; anche il lavoro più insignificante diviene meritorio per Dio e la nostra salvezza. Non anelo, né desidero altro che sacrificarmi interamente per la salvezza delle anime”.
Umiltà e pazienza sono le sue virtù. “Il lavoro, dice scherzosamente, mi fa bene. Così quando viene il diavolo e mi trova occupato, si convince che non ha niente da sperare con me… e non gli resta che andarsene”.

La sua vita è una continua ricerca della volontà di Dio; su di essa tesse la sua giornata e in essa trova pace e serenità, in un continuo rendimento di grazie. Alla vigilia dei voti scrive: “Io sto per fare la mia professione, unicamente per fare la volontà di Dio”. Lo chiamano “il fratello buono, il fratello della volontà di Dio, l’incarnazione della regola passionista”.
Vive una rigida povertà e scrive: “Non possiedo molte cose; ho solo un crocifisso, un rasoio, un temperino, un lapis; però non so come farvi comprendere la grande contentezza che mi riempie vedendomi libero da tutto, perché il mio cuore non ami che Gesù”.

Non manca la sofferenza fisica. Nel giugno del 1911, per una cancrena, gli viene asportato l’occhio destro. Sopporta tutto con grande forza, tanto che il medico che lo opera esclama: “Quest’uomo deve essere un santo”. Egli scrive: “Mi sono confessato e nella Comunione ho offerto a Dio il mio occhio per l’espiazione dei miei peccati, per il vostro bene spirituale e materiale e secondo molte altre intenzioni. Mi sono abbandonato agevolmente alla volontà di Dio, senza rattristarmi”.

Il male continua il suo corso. Compare un cancro all’intestino e il medico avverte il superiore delle conseguenze fatali della malattia. Il superiore consapevolizza Isidoro, il quale accoglie questa notizia con la serenità abituale. Subisce dolorose operazioni. Esclama: “Dobbiamo accettare le nostre sofferenze in unione con Gesù, che è per noi modello di abbandono alla volontà del Padre”.

I familiari non potranno stare sempre con lui ad assisterlo, perché viene loro impedito dai tedeschi che hanno occupato il Belgio. Siamo in piena 1° guerra mondiale. Muore nell’ottobre del 1916, a 35 anni.
L’umile e silenzioso fratello passionista diventerà una delle figure più amate e popolari del Belgio. Giovanni Paolo II lo ha dichiarato beato il 30 settembre 1984.

Fonte: www.passionisti.org

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