BarberiQuesto profilo di uomo di lettere sacre renderà certo ancor più interessante per tutti noi quello di uomo di azione e di preghiera: sappiamo che P. Domenico fu grande maestro di ascetica, predicatore infaticabile, apostolo e apologeta esperto delle correnti di pensiero del suo tempo, cariche anche allora di idee antiche e nuove e di errori pericolosi; e fu dedito alla corrispondenza con uomini di pensiero e di azione in un raggio molto più vasto di quello claustrale e locale. Ed ecco che l’azione entra nella sua vita: governo della sua famiglia religiosa, viaggi, fondazioni.

La storia di P. Domenico, la quale non oltrepassa i cinquantasette anni (data che sembra essere traguardo di molte grandi vite), si fa in tal modo assai intensa e piena di avvenimenti, che vanno da quelli più interiori, associabili ai fenomeni mistici, a quelli più esteriori di estenuanti fatiche apostoliche. Non è qui che dobbiamo narrare tale storia.

Qui ci basti rilevare un aspetto e ricordare un fatto, che sembrano caratterizzare sommariamente ma fedelmente il nuovo Beato. L’aspetto degno di considerazione è quello della sua dedizione alla Passione di Cristo e della devozione alla Madonna Addolorata. Questo piissimo nostro fratello celeste sembra ripeterci la parola di S. Paolo, quale sintesi e definizione della sua vita: «Io non giudicai di sapere alcuna cosa fra voi, se non Gesù Cristo, e questo crocifisso» (1 Cor. 2, 2). P. Domenico non solo predicò il culto alla Croce del Signore, ma egli stesso la portò. Fu un paziente, fu un sofferente.

Questa nota dolorosa si accentua mano mano che il suo pellegrinaggio si avvia alla fine, e ci lascia intravedere il lato drammatico della sua spiritualità, che dovrebbe essere, nelle diverse misure della divina volontà, quella di ogni cristiano. «Se qualcuno vuol venire dietro a me, dice il Signore, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Matth. 16, 24). P. Domenico ha fatto risonare l’eco di questa voce divina, ed ora a noi, se non siamo suoi vani cultori, la ripete di nuovo; e finché di lui sarà memoria, e perenne sarà, la ripeterà ancora.

Il fatto poi, che fa ricordare Padre Domenico, è ben conosciuto, e fu fino ad oggi il titolo principale della sua notorietà. Il fatto della conversione del Newman; fu Padre Domenico, colui che la sera dell’ottobre 1845, a Littlemore, raccolse la professione decisiva di fede cattolica di quel singolarissimo spirito. La straordinaria importanza di quel semplice avvenimento e la ognora crescente grandezza del celebre Inglese riverberano sull’umile religioso una luce folgorante. Subito viene al nostro labbro la domanda: fu lui a convertire il Newman? quale fu l’influsso di Padre Domenico su di lui?

Queste domande sono tutt’oggi di vivissimo interesse e se le risposte non possono attribuire al nostro Beato il merito diretto di quella formidabile conversione, maturata, come si sa, dopo laboriosissime e drammatiche meditazioni, debbono però riconoscergli due altri meriti notevolissimi: quello di aver ascoltato un’arcana, inesplicabile vocazione, nettamente enunciata alla sua anima, fino dai primi anni della sua vita religiosa di consacrare il suo ministero apostolico all’Inghilterra, dove ancora i Passionisti non avevano messo piede; lo narra lui stesso, quando ancora novizio nel 1814, «alla fine di settembre o ai primi di ottobre sul mezzogiorno, mentre pregava avanti all’altare della Vergine, gli venne rivelata la data in cui, sacerdote professo, avrebbe iniziato il ministero e il campo di apostolato fra i dissidenti: il Nord-Ovest di Europa; specie l’Inghilterra» (cfr. Padre Federico, P. 48 e 474).

E in uno dei suoi lavori ascetici, ora pubblicati, egli metterà sulle labbra di Gesù quella sua singolare vocazione, quando ancora non si era realizzata: «L’Inghilterra, quella cara Inghilterra, sopra la quale tu (anima devota) tante lacrime versasti, si dispone ora a rientrare altra volta nel mio ovile; e vedrai tra poco tempo colà rifiorire il fervore della fede, de’ primi fedeli» (Arch. it. per la Storia della Pietà, 11, p. 142). Padre Domenico sarà il primo Passionista ad entrare in Inghilterra, e, lui vivente, darà origine colà a quattro case della sua Congregazione, che, nell’opinione umana, non si sarebbe detta rispondente alla mentalità inglese.

Invece le vie del Signore sono diverse. Perché possiamo ascrivere a nuovo merito del novello Beato aver recato l’immagine più adatta ad attrarre la stima e l’ammirazione del Newman, che farà della figura di quell’umile Religioso un personaggio impressionante d’un suo libro (Loss and Gain), e che lo ricorderà nella famosa «apologia» con semplicissime ma eloquenti parole: «È un uomo semplice e santo ed allo stesso tempo dotato di notevoli talenti. Non conosce le mie intenzioni, ma io intendo chiedergli l’ammissione nell’Unico Ovile di Cristo . . .» (Cap. VII, verso la fine). E scriverà poi: «Padre Domenico fu un mirabile missionario. Un predicatore pieno di zelo. Egli ebbe una grande parte nella conversione mia ed in quella di altri.

Il solo suo sguardo aveva qualche cosa di santo. Quando la sua figura mi veniva alla vista, mi commoveva profondamente nella più strana maniera. La gaiezza e l’affabilità del suo tratto, congiunta a tutta la sua santità era già per me un santo discorso. Nessuna meraviglia quindi che io divenissi suo convertito e suo penitente. Egli aveva un grande amore per l’Inghilterra . . .» (Deposizione al Card. Parrocchi, cfr. P. Fed. p. 474).

E questo basta ora per noi. Ma è da credere e da augurare che l’accostamento di queste due sante figure, il Beato Padre Domenico e il Cardinale John Henry Newman, non lascerà più il nostro spirito, che continuerà a pensare al senso misterioso del loro incontro con grande speranza e con prolungata preghiera.

Papa Paolo VI, Discorso nel giorno della Beatificazione

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