Papa Francesco in Bulgaria, la rivoluzione della mansuetudine

Tra poche ore l’Airbus A321 “Piazza Ducale, Vigevano” riporterà a Ciampino Papa Francesco, che concluderà la visita pastorale in Bulgaria e Macedonia. Le due nazioni dei Balcani orientali sono state scelte perché periferie dimenticate dell’Europa, province remote di un impero ormai in decadenza. La Bulgaria infatti, nella cui capitale vivo e lavoro, è considerata il più povero stato membro dell’Unione Europea. A pochi chilometri dal centro di Sofia i ciottolati dorati lasciano il posto a strade sventrate dalle copiose precipitazioni, e alienanti residenze popolari risalenti ai bui anni dell’ateismo di stato sostituiscono la vista dei suggestivi edifici di fine Ottocento. Qui il divario socioeconomico è lacerante: se le favorevoli condizioni fiscali attirano facoltosi imprenditori stranieri nei principali centri urbani, nelle quasi disabitate province rurali la popolazione locale vive con l’equivalente di 150-200 euro al mese. È proprio il contesto sociale e culturale a rendere i due giorni trascorsi da Jorge Bergoglio in questa meravigliosa terra un piccolo grande traguardo.

Il rapporto con la gerarchia ortodossa

Da millenni terra di frontiera e crocevia tra culture, la Bulgaria sta vivendo un periodo socialmente ambiguo. Considerata tra i più corrotti stati d’Europa, la sua classe dirigente ha abilmente dirottato il malcontento popolare verso le fasce più socialmente deboli: minoranze etniche e religiose. Non senza l’aiuto della Chiesa Ortodossa Bulgara (COB), che nel 2015 ha definito “invasori” i siriani e gli iracheni in fuga dalla guerra esortando il governo bulgaro a perseguire la politica delle porte chiuse a chi chiede aiuto. La conservatrice COB – autocefala e quindi non dipendente da Mosca – è l’unica chiesa orientale a non partecipare in alcun modo al dialogo cattolico-ortodosso, essendosi inoltre distanziata persino dal concilio panortodosso tenutosi a Creta nel 2016. Non deve sorprendere dunque che l’invito a Bergoglio sia arrivato dalle autorità politiche e non da quelle religiose, come ha tenuto a precisare la COB in un comunicato, nel quale ha aggiunto: “Con gentilezza, ma anche con fermezza, il clero ortodosso bulgaro dichiara che è possibile che il Papa entri nella cattedrale patriarcale Sant’Alexander Nevsky, ma che è inaccettabile qualsiasi celebrazione congiunta di messe o preghiere nonché di indossare abiti liturgici, in quanto i santi canoni non ammettono una comunione orante tra cattolici e ortodossi. Non si benedice, inoltre, la partecipazione di chierici della Chiesa ortodossa bulgara in tutti gli altri eventi previsti nel programma della visita di Papa Francesco nel nostro paese”. Questo è lo sfondo dell’arrivo di Papa Francesco in Bulgaria.

Poco dopo essere atterrato all’aeroporto di Sofia, nella mattinata di domenica 5 maggio il Papa ha condiviso con le autorità un saluto che racchiude i principali nodi della sua presenza nel paese balcanico: “Il vostro Paese si è sempre distinto come un ponte fra est e ovest, capace di favorire l’incontro tra culture, etnie, civiltà e religioni differenti, che da secoli hanno qui convissuto in pace. Lo sviluppo, anche economico e civile, della Bulgaria passa necessariamente attraverso il riconoscimento e la valorizzazione di questa sua specifica caratteristica. Possa questa terra, delimitata dal grande fiume Danubio e dalle sponde del mar Nero, resa fertile dall’umile lavoro di tante generazioni e aperta agli scambi culturali e commerciali, integrata nell’Unione Europea e dai solidi legami con Russia e Turchia, offrire ai suoi figli un futuro di speranza”. Questo passaggio è stato accolto dai timidi sorrisi dei membri del governo, gli stessi che da anni stigmatizzano i rifugiati e portano avanti politiche discriminatorie verso gli ultimi. C’è chi ha esternato il proprio disappunto verso l’ipocrisia del governo, come il giornalista siro-bulgaro Ruslan Trad, che ad Aleteia dichiara: “Le stesse persone che sono direttamente responsabili dell’ascesa della xenofobia ora elogiano il Papa, senza alcuna vergogna, per le sue parole a favore della tolleranza e della pacifica convivenza tra culture. Coloro che oggi sorridono presenziando alla visita di Papa Francesco, domani torneranno alle proprie manifestazioni razziste”.

PAPIEŻ FRANCISZEK W BUŁGARII

REUTER POOL/Associated Press/East News

Dovrebbe far riflettere il richiamo al Danubio nel discorso del Pontefice. A Belene — città lungo il grande fiume europeo, che funge da confine naturale con la Romania — nel 2017 il missionario passionista padre Paolo Cortesi aveva ospitato una famiglia di profughi siriani. Le massicce proteste (e minacce nei confronti di padre Cortesi) da parte della popolazione locale portarono alla delocalizzazione dei migranti. “All’epoca”, continua Ruslan Trad, “diversi commentatori politici minimizzarono l’accaduto, gridando al complotto e alla strumentalizzazione”. Nel dicembre dello stesso anno il missionario ricevette il premio “Persona dell’anno” da parte del Comitato bulgaro Helsinki per il contributo per la difesa dei diritti umani; fu la prima volta che il riconoscimento venne conferito a una persona non bulgara e rappresentante di una confessione religiosa.

Gran parte dell’establishment politico bulgaro ha mantenuto un profilo basso, durante la breve visita di Papa Francesco. “Un silenzio impressionante. Sembra che molti politici abbiano avuto paura di commentare le dichiarazioni del Papa, per non compiere passi falsi nei confronti dell’elettorato. Qualunque opinione positiva riguardo al Papa è potenzialmente pericolosa”, conclude Trad, “considerando il modo in cui la COB influenza i bulgari conservatori”.

In un colloquio privato Bergoglio ha ricordato al Patriarca Neofit, ai Metropoliti e ai Vescovi del Santo Sinodo che “le ferite che lungo la storia si sono aperte tra noi cristiani sono lacerazioni dolorose inferte al Corpo di Cristo che è la Chiesa”, indicando che “se nel riconoscere le nostre mancanze ci immergiamo nelle sue ferite d’amore, possiamo ritrovare la gioia del perdono e pregustare il giorno in cui, con l’aiuto di Dio, potremo celebrare allo stesso altare il mistero pasquale”.

Coesistenza sociale nel segno di Roncalli

Un percorso minato che non ha impedito al vescovo di Roma di affrontare, con trasparenza evangelica, i temi che più coinvolgono la nazione bulgara. Come il dramma di chi è costretto a lasciare la propria terra, a cui ha fatto riferimento il Pontefice suggerendo “di non chiudere gli occhi, il cuore e la mano – come è nella vostra tradizione – a chi bussa alle vostre porte”.

Per secoli qui hanno vissuto assieme ortodossi, cattolici, musulmani, protestanti, armeni ed ebrei. “Lo spirito di tolleranza è stato il nostro contributo all’Unione Europea, a cui Sofia si è unita nel 2007”, ha dichiarato Msgr. Hristo Proykov, Esarca apostolico di Sofia e Presidente della Conferenza Episcopale della Bulgaria. “Nonostante i progressi derivanti dall’essere membri dell’EU, sono molti i giovani che hanno deciso di emigrare nell’Europa occidentale. Ogni famiglia bulgara ha dei parenti all’estero”.

In questi giorni il centro di Sofia è blindato da polizia e gendarmeria. I checkpoint ostacolano il transito dei residenti anche nella via dove vivo, a pochi metri dalla Nunziatura Apostolica. La stessa dove monsignor Angelo Giuseppe Roncalli abitò come delegato apostolico per dieci anni, prima di diventare Papa Giovanni XIII. “Qui ha imparato ad apprezzare la tradizione della Chiesa Orientale, instaurando rapporti di amicizia con le altre Confessioni religiose”, ha ricordato Papa Francesco alle circa tremila persone riunitesi nella piazza della Cattedrale di Alexander Nevsky per la preghiera del Regina Caeli. “La sua esperienza diplomatica e pastorale in Bulgaria lasciò un’impronta così forte nel suo cuore di pastore da condurlo a favorire nella Chiesa la prospettiva del dialogo ecumenico, che ebbe un notevole impulso nel Concilio Vaticano II, voluto proprio da Papa Roncalli. In un certo senso, dobbiamo ringraziare questa terra per l’intuizione saggia e ispiratrice del ‘Papa buono’.

PAPIEŻ FRANCISZEK W BUŁGARII

ANDREAS SOLARO/AFP/East News

La permanenza in Bulgaria segnò molto Roncalli, qui popolarmente noto come il “papa bulgaro”. Nel discorso d’addio ai cattolici bulgari, l’allora Monsignore manifestò il proprio affetto con una solenne promessa, ancora oggi molto presente nella popolazione locale: “Secondo una tradizione irlandese, tutte le case mettono alla finestra, nella notte di Natale, una candela accesa, per indicare a Maria e a San Giuseppe, che cercano un rifugio nella notte santa, che in quella casa c’è posto per loro. Ebbene, ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Egli potrà battere alla mia porta e gli sarà aperto; sia cattolico o ortodosso, egli potrà entrare e troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità”.

Migranti e rifugiati, croce dell’umanità

La scelta di visitare il centro profughi “Vrazhdebna” , nella periferia di Sofia, ha assunto un forte significato profetico. Nel centro, gestito dalla Caritas, erano presenti cinquanta persone – tra cui molti bambini – provenienti da Siria e Iraq. “Il vostro cammino è non sempre bello”, ha condiviso il papa, “e poi c’è il dolore di lasciare la patria e cercare di inserirsi in un’altra patria. C’è sempre la speranza. Oggi il mondo dei migranti e rifugiati è un po’ una croce, una croce dell’umanità, è la croce che tanta gente soffre”. San Paolo ci insegna (1 Cor 1,18-23), e Joseph Ratzinger ci ricorda , che la Croce è “scandalo e stoltezza”: “Di fronte ad una Chiesa dove erano presenti in modo preoccupante disordini e scandali, dove la comunione era minacciata da partiti e divisioni interne che incrinavano l’unità del Corpo di Cristo, Paolo si presenta … con l’annuncio di Cristo, di Cristo crocifisso. … La Croce, per tutto quello che rappresenta e quindi anche per il messaggio teologico che contiene, è scandalo e stoltezza. L’Apostolo lo afferma con una forza impressionante”.

PAPIEŻ FRANCISZEK W VRAZHDEBNEJ

ANDREAS SOLARO/AFP/East News

Se dunque il mondo dei migranti e dei rifugiati è “una croce dell’umanità”, non dovrebbe sorprendere che queste categorie di oppressi costituiscano scandalo. E in una nazione dove le guide spirituali e civili confondono la ragionevole prudenza con la durezza di cuore, dove neonazisti da tutta Europa si sono potuti riunire liberamente per festeggiare il 180esimo compleanno di Adolph Hitler, dove per mesi bande di paramilitari hanno pattugliato il confine con la Turchia “a caccia di rifugiati”, proclamare la verità biblica dell’accoglienza al forestiero è uno scandalo. È una pietra d’inciampo. È l’espressione più potente della carica rivoluzionaria della mansuetudine, del divino agape che procede dall’atto redentivo di Cristo sulla croce. Quell’agape che Tommaso d’Aquino accostò al “volere il bene di un altro” (Summa I-II, 26, 4), nella più alta accezione di Bene.

“Spero che questo gesto del Santo Padre”, ha commentato Vanya Klecherova, responsabile comunicazione di Caritas Bulgaria, “mostri a tutti i bulgari che siamo uguali nella nostra vulnerabilità. Dobbiamo aiutarci l’un l’altro, in quanto cristiani e in quanto persone buone”.

Pace in terra

Nel villaggio di Rakovsky il pontefice ha incontrato la principale comunità cattolica della Nazione, dove ha somministrato il sacramento della Prima Comunione per 245 bambini di tutto il Paese. Un segnale di fortissima vicinanza ai fedeli di una delle più emarginate periferie d’Europa. In seguito a questa tappa, Papa Francesco è tornato a Sofia per un incontro interreligioso.

Testi Sacri Holyart.it

“La pace si diffonda in tutta la terra”, soprattutto “dove tante voci sono state fatte tacere dalla guerra, soffocate dall’indifferenza e ignorate per la complicità schiacciante di gruppi di interesse”. Dal palco di Piazza Indipendenza (Ploshtad Nezavisimos) papa Francesco ha pregato per una pace “attiva e fortificata, contro tutte le forme di egoismo e di indifferenza che ci fanno anteporre gli interessi meschini di alcuni alla dignità inviolabile di ogni persona”. È qui che si svolge l’incontro interreligioso per la pace con gli esponenti delle diverse confessioni religiose presenti nel Paese:

Sofiya Alfred Koenova, presidente della comunità ebraica; il vescovo armeno Datev Hagopian; il pastore evangelico Rumen Bordjiev e il gran muftì Mustafa Hadzhi. La grande assente è proprio la Chiesa Ortodossa Bulgara, che non ha inviato nessun prelato a presenziare l’evento.

È la seconda volta che la minoranza cattolica bulgara (inferiore all’1% della popolazione totale) accoglie un pontefice nella propria nazione. Il primo papa fu Giovanni Paolo II nel 2002, che nell’occasione volle chiarire la propria posizione sul popolo bulgaro a seguito del tentato omicidio del 1981; per decenni, si ritenne infatti che l’attentato del turco Mehmet Ali Ağca fosse stato orchestrato dagli allora servizi segreti del regime socialista bulgaro Todor Zhivkov. “Non ho mai creduto alla cosiddetta ‘pista bulgara’”, commentò Wojtila, “ho troppa stima del popolo bulgaro”. A legare Bulgaria e Vaticano sono inoltre i due santi Cirillo e Metodio, inventori dell’alfabeto glagolitico – o bulgaro antico, poi sviluppato da San Clemente nel cirillico che conosciamo oggi – e responsabili della traduzione della Bibbia che portò all’evangelizzazione e all’alfabetizzazione dei popoli slavi. Dal 1968 una delegazione ufficiale bulgara compie infatti ogni anno una visita in Vaticano in occasione della festa dei Santi Cirillo e Metodio, compatroni d’Europa. “Possa il loro fulgido esempio”, ha auspicato il papa, “suscitare numerosi imitatori anche ai nostri giorni e far sorgere nuovi percorsi di pace e di concordia!”

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Informazioni su Raffaele De Fulvio 5702 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.