Il cappellano della I Guerra Mondiale che rischiò la vita per salvare l’anima dei suoi soldati

Il beato Rupert Mayer era sempre in prima linea, anche prima di offrirsi volontario come cappellano durante la I Guerra Mondiale.

Come ha affermato San Giovanni Paolo II nell’omelia che ha pronunciato in occasione della beatificazione di Mayer, “quando nel 1900 il giovane sacerdote Rupert Mayer decide di entrare nella Compagnia di Gesù, i gesuiti erano ufficialmente ancora considerati ‘nemici dell’Impero’ e per legge erano stati messi al bando e scacciati dal Paese”. Anziché dissuadere Mayer dall’idea di diventare sacerdote e servire in Germania, questo lo rafforzò e gli diede ancor più motivi per esercitare il suo ministero nel Paese.

Nel 1914 Mayer si offrì volontario come cappellano, servendo inizialmente in un ospedale militare. Non molto tempo dopo, chiese di essere mandato in prima linea per occuparsi delle necessità spirituali dei soldati sul campo di battaglia.

Prese il suo lavoro molto seriamente, e andava disarmato nelle trincee. Strisciava sul terreno da soldato a soldato, amministrando i sacramenti e offrendo consigli in mezzo alla carneficina. Perse la gamba in un attacco di granata, e da allora divenne noto come il “prete che zoppica”. Nel 1915 la Germania lo onorò con la “Croce di Ferro” per il suo coraggio. Fu il primo cappellano a ricevere una simile onorificenza.

Quando Hitler ascese al potere, Mayer predicò contro le sue tante attività negative, e la Gestapo lo avvertì di abbassare i toni. Questo non lo fermò, e come risultato venne incarcerato varie volte e trascorse del tempo in un campo di concentramento.

Accolse volentieri la sua croce, indicando in un questionario che aveva dovuto riempire in prigione “Non sono affatto insoddisfatto di questo destino: non lo considero una vergogna, ma il coronamento della mia vita”.

San Giovanni Paolo II ha indicato la sua vita come un esempio per chiunque, incoraggiando a prendere “l’armatura di Dio” e a combattere coraggiosamente per la verità, la bellezza e la bontà.

Il beato Rupert Mayer è un esempio per tutti noi di una vita santa. La santità non è solo per le anime elette: siamo tutti chiamati ad essere santi, senza eccezione. E ci dice anche cosa appartiene a una vita santa: “Nessun lavoro straordinario nessuna esperienza religiosa particolare, nessun miracolo. Solo: virtù eroica”.

La santità semplice ma profonda di Mayer è per noi un faro che mostra come vivere senza paura la nostra fede cristiana, indipendentemente dai “proiettili” che possono colpirci.

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Informazioni su Raffaele De Fulvio 5766 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.