come rispondere a un figlio adottivo?

Fonte dell’articolo Aleteia.org – Autore Vatican News

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Non è raro che ai genitori “adottivi” venga detto, prima o poi: “Non puoi dirmi niente, non sei mio padre/mia madre!” Perché una tale reazione e come accoglierla?

di Christine Ponsard

“Non sei mia madre, non sei mio padre”. Questa frase lanciata da un figlio non riguarda solo i genitori adottivi in senso stretto. A volte questo tipo di osservazione è rivolta allo sposo di una madre celibe che ha riconosciuto il bambino di lei, anche se non è il padre biologico, a un patrigno nel caso di matrimoni dopo la vedovanza o nel caso di matrimoni dopo un divorzio, o nel caso di bambini nati per inseminazione artificiale con un donatore. Questa protesta del figlio o dell’adolescente in rivolta non deve essere presa come un insulto, ma come un appello. Si deve solo cercare di capire cosa sta provando ad esprimere attraverso questa dichiarazione provocatoria. Naturalmente, questo dipenderà dalla sua età, dal contesto, dalla situazione famigliare e dalla relazione che nutre di solito con il genitore o i genitori interessati.

Perché una tale reazione?

I figli adottati hanno sperimentato la sofferenza dell’abbandono, anche nel caso in cui la loro prima madre non li ha “abbandonati” ma li ha affidati in vista dell’adozione. Di conseguenza, hanno tutti paura di essere abbandonati di nuovo, anche quando non sono consapevoli di questa angoscia o non sono in grado di esprimerla. È per questo motivo che mettono alla prova i loro genitori adottivi, provocandoli per vedere fin dove arriva il loro amore: “Anche se sono insopportabile, anche se vi dico qualsiasi cosa, mi amerete ancora? Qualsiasi cosa faccia, sarò sempre vostro figlio/a?”

La stessa cosa nel caso di un padre che ha riconosciuto il figlio di sua moglie: lui cercherà di vedere se questo padre è il suo “vero papà per sempre”, se lo ama tanto quanto i figli nati da lui. Dire a una madre o a un padre adottivi: “Voi non siete i miei genitori”, è cercare di sentirsi dire e ridire: “Sì, noi siamo i tuoi genitori e lo saremo sempre”.

Quando il genitore in questione non è il padre ma il patrigno (o la matrigna), il bambino ha bisogno di una doppia risposta: “No, è vero; stai sicuro che non voglio prendere il posto del tuo papà” e “Anche se non sono il tuo papà, ti voglio molto bene”. Infatti, per rendere conto di questo legame molto speciale, alcuni bambini orfani di padre o di madre chiamano il loro patrigno o matrigna con un “nomignolo” affettuoso scelto da loro, e che non è né “papà” né “mamma”: questo nomignolo esprime la tenerezza molto speciale che li unisce al coniuge della madre (o del padre), pur rispettando il loro attaccamento al genitore defunto. Certo, succede che i bambini a volte chiamano il loro patrigno “papà” o “mamma”, ma sarebbe ingiusto, persino crudele, obbligarli a chiamarli con quel nome se non vogliono. Questo è almeno altrettanto vero in caso di divorzio: perché chiedere a un bambino di chiamare “papà” il marito di sua madre (anche se si dimostra molto paterno) mentre il suo proprio padre è vivo e vegeto?

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Soprattutto, non arrabbiarsi

In ogni caso, dobbiamo prendere le parole del figlio seriamente ma non tragicamente: è importante ascoltare ed accogliere il suo smarrimento, cercare di capire di cosa ha bisogno e rispondere di conseguenza. Soprattutto, però, non scaldarsi troppo mettendo in scena uno psicodramma del tipo: “Come può dirmi questo? Perché mi rifiuta? Cosa ho fatto per meritare tutto ciò?” Che cosa avete fatto? Lo avete amato, quindi lui ne chiede ancora di più, e ha proprio ragione! Vuole assicurarsi che vale la pena di attaccarsi a voi, che può farlo senza il rischio di essere respinto.

Molto spesso, questo tipo di osservazione viene fuori durante un conflitto minore. Negate al vostro figlio/a adottivo/a il permesso di guardare il suo programma preferito o di uscire la sera con gli amici e lui/lei vi sbatte in faccia: “Prima di tutto, tu non hai niente da dirmi, non sei mio padre”. Non lasciatevi destabilizzare da questo argomento scioccante! Se vostro figlio ha bisogno di essere rassicurato sull’amore che avete per lui/lei, questo amore incondizionato deve manifestarsi, come per qualsiasi altro giovane, attraverso fermi requisiti educativi. “Sì, sono tuo padre/madre, ed è proprio per questo che non ti lascerò fare delle sciocchezze. È con questo che ti dimostro che ti amo tanto”.

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Informazioni su Raffaele De Fulvio 8279 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.