come i resti di San Marco sono arrivati a Venezia

La Biennale di Venezia è in pieno svolgimento, e con le vacanze estive sarà ancora più affollata. Non è una prospettiva allettante per tutti. Un secolo fa, il convertito cattolico Oscar Wilde descrisse la sua esperienza veneziana in gondola come “una bara che si muove in una fogna”. Le parole di Wilde non fanno certo parte del materiale promozionale della Biennale, e nemmeno il corpo di San Marco evangelista. Il mondo religioso non ha un grande impatto sulla mostra, anche se il Vaticano ha organizzato il suo primo padiglione nel 2013.

Novecento anni fa, quando Venezia è diventata una superpotenza commerciale, San Marco era un magnete irresistibile per i visitatori. I pellegrini percorrevano enormi distanze per stare vicino ai suoi resti mortali. Non si parlava molto – allora come adesso – di come l’evangelista fosse arrivato lì. Probabilmente San Marco non ha mai visitato Venezia mentre era in vita. Ha invece trascorso del tempo a Roma insieme a San Pietro, e si pensa che sia stato il primo dei quattro evangelisti a donarci un Vangelo. Ha passato la maggior parte della sua vita adulta ad Alessandria, in Egitto, la seconda città più grande del mondo antico, diventandone il primo vescovo e fondando chiese cristiane che esistono ancora oggi. Dopo il suo martirio nel 68 d.C. ha anche compiuto molti miracoli.

Otto secoli dopo la sua morte, la classe dirigente mercantile di Venezia decise che alla città, sempre più potente, serviva un santo patrono forte. San Marco d’Alessandria era un nome in grado di aggiungere un tocco spirituale al suo successo economico. I fedeli cristiani all’epoca erano molto attaccati alle reliquie, e il modo migliore per farle arrivare a Venezia era il furto. Alcuni mercanti misero in pratica il progetto nell’828. In primo luogo dovettero ingannare i custodi cristiani della tomba del santo, poi dovettero portar via il corpo dall’Egitto, all’epoca prevalentemente sotto il controllo musulmano. Si potrebbe pensare che i musulmani non si curassero molto dei resti di un santo cristiano, ma sembra che i controlli fossero serrati. La soluzione per i ladri fu quella di mettere San Marco sotto un cumulo di maiale e verdure. Può non essere stato molto rispettoso per l’evangelista, ma funzionò bene con i funzionari doganali. Al grido di “khinzir”, il termine arabo per indicare il maiale, ritenuto impuro sia dai musulmani che dagli ebrei, la via venne spianata.

Anche dopo la partenza non andò tutto liscio. Una forte tempesta si scatenò mentre i ladri di tombe lasciavano Alessandria alla volta di Venezia. Un’apparizione di San Marco guidò i veneziani, e i miracoli si susseguirono anche prima che i resti del santo trovassero la loro nuova dimora – tranne la testa, che sembra sia rimasta ad Alessandria. Una volta che i resti giunsero a Venezia, furono inizialmente custoditi in modo meno rigido di quello che ci si sarebbe aspettati vista l’importanza del “trofeo”. Dopo aver accolto il corpo di San Marco, il doge Giustiniano lo tenne nel suo palazzo. Alla sua morte, alla vedova venne detto di costruire una chiesa in cui ospitare il santo. Fu la prima versione di quella che in seguito divenne la basilica di San Marco. Per quasi mille anni rimase la cappella del palazzo del doge; solo nel 1807 divenne una cattedrale sotto il totale controllo di un vescovo piuttosto che di un doge. Fu un decreto di Napoleone, che fece portare i quattro famosi “cavalli di San Marco” a Parigi ma non cercò di prendere anche i resti del santo.

I veneziani temevano sempre che le preziose reliquie venissero rubate nuovamente. Secondo quanto affermò un monaco viaggiatore francese nell’870, “si dice che il corpo di San Marco sia stato deposto nella maestosa cappella del doge in un luogo segreto, di modo che non possa essere rubato, sotto uno dei grandi pilastri”. Ci furono notevoli preoccupazioni quando la cappella venne ricostruita nel 1063 e non si riuscì a trovare alcuna traccia del santo. Solo 30 anni dopo, secondo la leggenda, il braccio di San Marco emerse da uno degli antichi pilastri, indicando il punto in cui erano nascosti gli altri resti.

Dopo quell’episodio, il corpo venne deposto in un sarcofago nella cripta sotto l’altar maggiore, e da allora è diventato meta di pellegrinaggio. Tra i visitatori più frequenti c’è l’autrice dell’ultimo testo sulla vita di San Marco, la britannica Serena Fass, una delle massime autorità sulla Serenissima. Il libro St. Mark the Evangelist, come tutte le altre sue pubblicazioni, è eccezionale per la capacità di conciliare la Chiesa cattolica e le sue controparti mediorientali, come Venezia ha fatto per secoli. È disponibile solo attraverso Aiuto alla Chiesa che Soffre, una delle organizzazioni caritative cattoliche più attive per far fronte alla piaga dei cristiani perseguitati nel mondo.

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Informazioni su Raffaele De Fulvio 4989 Articoli
Dal 18 ottobre è Superiore della comunità Passionista, vive a Bari e dal 1 novembre 2015 è Parroco della Parrocchia di San Gabriele dell'Addolorata in Bari.